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È possibile parlare di monogamia nell’antica Grecia? Se consideriamo la faccenda da un punto di vista strettamente etimologico (“monogamia” deriva da mónos = unico + gámos = matrimonio) la risposta è senza dubbio positiva: i Greci in effetti avevano un’unica moglie legittima, che procreava figli legittimi che a loro volta ereditavano legittimamente il patrimonio familiare.

Tuttavia in una cultura fortemente percorsa da ossessioni misogine, nella quale il matrimonio era considerato una necessità sociale, assolutamente immune da ogni coinvolgimento affettivo, volto soltanto a garantire la procreazione e quindi la perpetuazione del ghénos, era inevitabile che l’uomo finisse col costruirsi abilmente un’intricata rete di relazioni femminili, come valido antidoto contro la “noia” della monogamia. Dobbiamo riconoscere che i Greci furono abili maestri non solo nella filosofia, nell’arte e nella scienza, ma anche nel campo, certamente meno nobile, dell’adulterio! Con quella capacità di organizzazione che li caratterizza, essi seppero costruire attorno a sé un universo di relazioni extraconiugali assolutamente perfetto, in cui ogni elemento era collocato al posto giusto e utilizzato al momento opportuno.

Se ci addentriamo nel mondo dell’uomo greco, scopriamo che lo costellavano almeno quattro tipi di donne. Oltre alla legittima moglie, esisteva una concubina, l’amante fissa che a volte era addirittura accolta nella casa coniugale e che era tenuta, come la moglie, all’obbligo della fedeltà; da lei l’uomo poteva avere figli che godevano di diritti di successione, anche se non uguali a quelli dei figli legittimi. C’era poi la pórne, la prostituta che esercitava la sua professione nei postriboli o per le strade e a cui l’uomo si rivolgeva solo per prestazioni occasionali e che, pur esercitando un mestiere non punito dalla legge (veniva infatti punita come reato solo la prostituzione maschile e non quella femminile), tuttavia era oggetto di forte riprovazione sociale. Infine c’era l’etera, donna generalmente molto bella e soprattutto educata, colta, raffinata, destinata ad accompagnare l’uomo nei luoghi da cui la moglie e la concubina erano, per convenzione sociale, interdette. La tradizione ci parla di famosissime etere: Rodopi, la bella egiziana che fece perdere la testa (e il patrimonio!) a Carasso, il fratello della poetessa Saffo, e, più famosa ancora di Rodopi, Aspasia, l’affascinante milesia che conquistò il cuore del grande statista ateniese Pericle, che per lei lasciò moglie e figli.

 

Mentre l’uomo si muoveva con assoluta padronanza all’interno di questo ricco e variegato universo femminile di cui egli costituiva l’indiscusso baricentro, che cosa ne era della sua unica e legittima moglie? L’endemico particolarismo del mondo greco rende impossibile una risposta univoca a questo quesito; occorre pertanto considerare almeno due varianti: la collocazione geografica e la condizione sociale. Troviamo donne della buona società ateniese relegate entro le quattro mura domestiche, diversamente dalle loro concittadine popolane che stavano spesso fuori casa per fare le nutrici o per vendere le verdure al mercato o per lavorare in qualche bottega di stoffe e nastri. Di una maggiore libertà godevano anche le donne dell’isola di Lesbo a cui era concesso persino costituire circoli (i tíasi) frequentati da sole donne, e le donne di Sparta, che, dopo avere affidato completamente allo stato la cura dei figli, trascorrevano molto tempo all’aria aperta e in palestra.

Le donne ateniesi erano insomma quelle che se la passavano peggio ed è proprio su di loro che le fonti letterarie ci forniscono il maggior numero di notizie. Un interessante spaccato della vita familiare nell’Atene del V secolo ci è offerto dall’oratore Lisia, che nell’opera Per l’uccisione di Eratostene ci parla di un vero e proprio delitto d’onore compiuto da un tal Eufileto ai danni di un aitante giovanotto di nome Eratostene, che egli aveva scoperto in flagrante adulterio con la moglie. Con i tratti inconfondibili della sua eleganza narrativa Lisia ci fa discretamente entrare nella casa di Eufileto, benestante proprietario terriero che viveva in pace e serenità fino a quando non ha scoperto le trame adulterine di sua moglie e di Eratostene, conosciuto niente meno che … ad un funerale, perché le donne ateniesi “oneste e probe” potevano uscire dalla loro prigionia domestica solo in due occasioni e cioè durante i funerali e durante le grandi feste religiose. L’evento è tragico, ma il racconto ha un andamento novellistico dal sapore quasi boccaccesco ed apre un vivace squarcio realistico sulla vita quotidiana di Atene.

Se l’amante pagava con la morte l’audacia del suo gesto, quale era la sorte della donna fedifraga? Non incorreva in sanzioni penali per il semplice fatto che non era considerata persona giuridica e l’uomo poteva decidere di continuare a tenerla come moglie, sottoponendola comunque ad una punizione sociale (le era interdetto di entrare nei templi e di partecipare ai sacrifici), oppure poteva ricorrere al divorzio che otteneva con grande facilità e senza tante pratiche: gli bastava infatti cacciarla di casa.

La tradizione letteraria ci permette di entrare in un’altra famiglia ateniese del V secolo a. C.: si tratta della casa del ricco proprietario terriero Iscomaco, di cui ci parla lo storico Senofonte nel suo Economico, un’opera ingiustamente trascurata dalla tradizione scolastica, ma che invece costituisce per noi una ricca fonte di notizie sulla vita coniugale. Questa volta si tratta di un ménage assolutamente sereno e armonioso: Iscomaco, appena sposato, insegna teneramente alla sua giovanissima sposa come diventare abile nell’amministrazione domestica (tale è appunto il significato della parola “economia”, da óikos = casa + nómos = legge, regola). L’uomo elargisce gentilmente alla sua consorte preziosi consigli su come tenere in ordine la casa, su come trattare gli schiavi, su come custodire i beni e persino su come può ottenere un aspetto prestante e seducente: regola n° 1 – non truccarsi, ma apparire sempre al naturale;

regola n° 2 – svolgere un costante esercizio fisico e per farlo è sufficiente un po’ di “fitness” casalingo: “bagnare la farina e impastarla, sbattere e riporre vestiti e coperte…”).

Lasciamo sia i guai della casa di Eufileto sia le tenere raccomandazioni di Iscomaco e spostiamoci di ben cinque secoli per ascoltare l’amabile voce dello storico e filosofo Plutarco, autore vissuto a cavallo tra il 50 e il 120 d.C., che della donna ha una visione totalmente eccentrica rispetto alla tradizionale e prevalente corrente misogina che percorre la cultura antica. 

Egli ebbe la fortuna di una vita coniugale felicissima, anche se funestata, purtroppo, dalla morte di alcuni figli. Con assoluta sincerità d’animo ripose una grande fiducia nell’istituzione del matrimonio, rivolgendo alla donna in quanto tale profonda stima.

Di matrimonio e di figli Plutarco parla sempre con garbo, dolcezza e devozione in varie opere, ma tra le tante merita un’attenzione particolare l’Amatorius, percorso da una sostanziale idea di “parità dei sessi” che l’autore non è ancora in grado di asserire esplicitamente, perché i tempi erano di certo ancora prematuri, ma che egli tuttavia avverte come una verità profonda. Le donne, a suo avviso, sono portatrici di autentico eros, quanto gli uomini e forse più degli uomini, a patto che s’intenda per eros una fattiva solidarietà di due persone stabilmente unite negli accadimenti del vivere e una gioia del corpo che diviene felicità dell’anima. Davvero rivoluzionario ci appare poi quando polemizza contro l’eccessiva austerità delle mogli ben costumate, esortandole ad una maggiore apertura alle seduzioni dell’erotismo, perché solo così si può evitare che i mariti cerchino altre donne… La brava donna di casa, l’amante, la donna spiritosa e intelligente possono esistere in una sola donna e le figure femminili che l’antico uomo greco aveva distinto e diversamente utilizzato si ricompongono in un unicum inscindibile: finalmente si può parlare di vera monogamia.

 

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